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Le aziende-locusta

Il mais che attraversa gli oceani per nutrire enormi allevamenti di maiali, la cui carne riattraverserà i continenti, il pomodoro che va in Cina per poi tornare in Africa e da noi: filiere assurde che tengono bassi i prezzi distruggendo i distretti agricoli locali e il ciclo vitale fra terra, piante e animali, soppiantato dall’abuso di chimica. Da “Una Città”, mensile di Forlì.

Stefano Liberti
Una “laguna” di escrementi suini in North Carolina

Aziende locusta è un termine che ho coniato perché mi sembrava che potesse dare l’idea del modo in cui operano queste aziende: si spostano da un paese all’altro, a seconda della convenienza che incontrano nelle legislazioni nazionali, per quanto riguarda il lavoro, l’ambiente, il commercio, senza preoccuparsi delle conseguenze. In qualche modo rovesciano l’assioma fondativo dell’agricoltura e dell’allevamento, secondo cui un processo deve avvenire in qualche modo in sintonia con l’ambiente. L’agricoltura è sempre qualcosa di non naturale, perché è l’intervento dell’uomo su un ecosistema; ma una cosa è trasformarlo con l’obiettivo di mantenerlo, e quindi in un approccio ciclico, per cui tu produci delle colture alimentari e allevi delle bestie sul territorio, e il territorio si rigenera attraverso questo ciclo; altra cosa è farlo con grandi monocolture e allevamenti intensivi, usando un’enorme quantità di chimica, di pesticidi. Paradossalmente, questo tipo di agricoltura potresti farlo anche sull’asfalto mettendoci un po’ di terra.

L’ultimo Far West

Il Mato Grosso in Brasile è ormai un’enorme distesa di monocoltura di soia, laddove prima era una savana con una grande biodiversità e una grande ricchezza di specie vegetali e animali. A partire dagli anni ‘70, inizio anni ‘80, è stata fatta un’operazione di colonizzazione dei territori interni del Brasile da parte di pionieri che venivano prevalentemente dagli stati del Rio Grande do Sul e del Paranà, che sono stati incentivati dal governo dell’epoca con sgravi fiscali e facilitazioni, ma che sono partiti come partivano nel Far West americano: sono andati lì armati di machete a scavarsi dei sentieri, si sono paracadutati con gli aerei. È una storia anche affascinante quando te la raccontano. Uno di questi pionieri mi ha detto: “Io sono arrivato lì e non avevo niente, siamo venuti in un gruppo, il territorio era inospitale, alcuni non ce l’hanno fatta, io invece ero affascinato dal clima, ho creduto nelle potenzialità di questo territorio e ho resistito”. Ebbene, questo signore 35 anni dopo si trova con 270.000 ettari di soia, mentre a casa sua ne aveva dieci. Tutto questo è avvenuto nel giro di pochissimo tempo.

Tutta questa soia viene esportata in tutto il mondo e usata come mangime per gli animali. Da quando la Cina ha industrializzato i propri allevamenti c’è una richiesta sempre maggiore di questo legume, tant’è che i brasiliani dicono che devono raddoppiare la produzione, non si sa bene su quali terre, probabilmente in Amazzonia. L’industria di produzione, però, è in Cina: loro esportano la materia grezza con grandi navi container che attraversano l’Atlantico, il canale di Panama, il Pacifico, infine arrivano in Cina dove sono prese in carico da alcune aziende che trasformano il legume in mangime animale.

Il sistema dell’allevamento intensivo è sempre stato non sostenibile, ma quando si raggiungono le dimensioni della Cina, dove ci sono 700 milioni di maiali e qualche miliardo di polli. La carne di maiale comporta un grande consumo di suolo e di acqua; dato che i cinesi non hanno abbastanza terra e acqua, devono esternalizzare la produzione del mangime in Sudamerica.

I primi allevamenti intensivi nascono in Nordamerica, nel North Carolina, ma anche nell’Iowa, dove c’era un’enorme quantità di soia e mais a disposizione. Quindi chiudere gli animali in un capannone al centro di queste colture aveva un senso logico, se non ecologico.

Il fatto è che quando il fenomeno si globalizza, assistiamo a una disarticolazione tra le isole degli allevamenti intensivi, che stanno in un’area del mondo, e gli oceani di soia che stanno altrove e devono attraversare il pianeta per incontrarsi. Questa è una totale assurdità, in termini di consumo energetico e di acqua, di emissioni di Co2 e via dicendo. Al momento, per gli allevamenti industriali vengono consumate un terzo delle terre arabili del pianeta: colture non destinate al consumo diretto umano ma al consumo animale.

L’agricoltura e l’allevamento sono sempre stati due aspetti, due funzioni correlate: io sono un agricoltore, coltivo i miei campi, faccio della produzione agricola, e una parte del campo la lascio per far pascolare gli animali; questi animali stanno sul campo, quindi si cibano di quello che c’è lì, infine i loro resti diventano concime per il campo su cui io a rotazione produco altri prodotti agricoli. Quindi non si perde nulla, perché il letame degli animali è qualcosa di utile e, al contempo, non ho scarti della produzione agricola. Quando invece tu li metti nei capannoni, intanto non possono più cibarsi di quello che c’è intorno e quindi devi portargli il cibo. Inoltre, il loro letame non è più utilizzabile perché è troppo, e perché è tossico, in quanto gli animali concentrati nei capannoni sono imbottiti di antibiotici, per evitare che si ammalino, antibiotici che finiscono nelle loro feci e nella carne.

Le conseguenze sulla salute pubblica sono potenzialmente devastanti. Oggi il 70% di antibiotici prodotti dall’industria farmaceutica sono usati in zootecnia, così si provoca una resistenza agli antibiotici: si producono supergermi che non moriranno mai e che possono attaccare l’uomo. Questo è un pericolo su cui oggi molti esperti stanno mettendo in guardia.

Le orribili “lagune”

Un deposito di soia nel Mato Grosso

A un certo punto della mia ricerca sono andato in North Carolina, perché è lì che è stato inventato l’allevamento intensivo di maiali. Ho cercato di contattare le grandi aziende della carne che però non hanno voluto incontrarmi. Allora ho contattato gli attivisti contro gli allevamenti intensivi che mi hanno parlato di queste “lagune”, degli enormi laghi di smaltimento di feci e urine di maiali a cielo aperto. Li abbiamo sorvolati con l’aereo, questi grandi laghi pieni di feci e urine, che vengono poi occasionalmente svuotati mediante spruzzamento sui campi circostanti, anche se quello non è più materiale fertilizzante e quindi è tossico. La cosa interessante è che tutti questi allevamenti intensivi di maiali sono concentrati vicino a zone abitate prevalentemente da neri o latinos. Quindi abbiamo dei cittadini di serie B, che vivono di fatto circondati da questi enormi allevamenti che si chiamano Cafo, Concentrated Animal Feeding Organization, e al contempo costituiscono la bassa manovalanza che serve soprattutto nei mattatoi.

Pomodori in viaggio

La storia del concentrato di pomodoro è emblematica della globalizzazione. Il concentrato si fa con gli scarti di produzione del pomodoro ed è poco consumato in Italia, mentre è molto richiesto in alcuni paesi dell’Africa occidentale e del Nordafrica. Così alcuni imprenditori hanno cominciato a produrre pomodoro concentrato a partire dagli scarti della produzione del pomodoro italiano. Questo fino alla metà degli anni ‘90. Poi, i cambiamenti apportati alla legislazione europea sui sussidi alle produzioni agricole e alle industrie trasformatrici di pomodoro hanno provocato un aumento dei costi, per cui alcuni industriali hanno pensato di esternalizzare la produzione di concentrato in Cina, in particolare in una regione al confine con la Mongolia, lo Xinjiang, una zona abitata prevalentemente dalla minoranza Uigura e retta da un sistema paramilitare, che in quegli stessi anni si apriva un po’ al mercato. Gli italiani hanno intercettato questa opportunità proponendo un patto: vi insegniamo a produrre il pomodoro e a trasformarlo, vi diamo le macchine e le consulenze e voi ci pagate in pomodoro concentrato. Così un’enorme quantità di pomodoro concentrato veniva prodotta in Cina ma non ci rimaneva, perché i cinesi non lo mangiano, quindi la gran parte, il 95%, andava via. E dove? Attraversando tutta la Cina, in treno o in camion, per 3.000 chilometri, arrivava nei porti dell’Estremo Oriente, dove veniva caricato su navi container per arrivare infine a Salerno o a Napoli, dove veniva preso in carico dai grandi industriali che tradizionalmente facevano il concentrato.

Per farne cosa? Per diluirlo con dell’acqua, perché quello prodotto in Cina è “triplo concentrato”, il grado di concentrazione più alto, al 38%, così ci aggiungono del sale e lo trasformano da triplo in doppio concentrato, al 28%, lo inscatolano, scrivendoci sopra “prodotto in Italia” e lo vendono come prodotto italiano negli stessi mercati che loro tradizionalmente avevano, e cioè prevalentemente in Africa.

Questo sistema triangolare pazzesco ha funzionato per qualche anno con conseguenze devastanti, per esempio in Ghana, dove c’era un’industria di produzione del pomodoro concentrato che è crollata sotto la concorrenza di questi prodotti provenienti dall’Italia.

Poi, a un certo punto, i cinesi hanno cominciato a pensare che questa triangolazione non aveva senso e quindi sono andati direttamente loro nei mercati africani, mettendosi in concorrenza con gli ex soci italiani, che ora dicono peste e corna dei cinesi “che fanno produzioni scadenti e ci fregano il mercato perché sono sussidiati dallo stato, e che vendono a quattro soldi in Africa”. Il che, però, è esattamente quello che prima facevano gli italiani.

Ma com’è possibile che un prodotto che attraversa mezzo pianeta, viene trasformato a Napoli e poi arriva in Africa, costi meno di un prodotto lavorato in Ghana, dove i campi di pomodoro sono al massimo a dieci chilometri dalla zona di trasformazione e dove la manodopera certamente non è molto cara?

Due cause: da una parte il fatto che le nostre produzioni sono state sussidiate dalla politica agricola comune, quindi avevano delle sovvenzioni pubbliche, così come le hanno adesso i cinesi, perché sono aziende statali o parastatali, perennemente in debito ma perennemente foraggiate per ragioni politiche. Dall’altra c’è il fatto che i paesi di destinazione di questi prodotti, a partire dalla metà degli anni ‘90, hanno aperto i propri mercati ai prodotti esterni, annullando i dazi doganali.

Il Fondo Monetario Internazionale ha detto loro: dovete ripianare il debito, noi vi diamo altri prestiti, ma in cambio dovete aprire le frontiere. L’insieme di queste due cose ha fatto sì che il prodotto, arrivato senza pagare tariffe doganali, costasse 15 centesimi di euro piuttosto dei 25 del prodotto locale.

Ovviamente il produttore locale non ce la fa e quindi queste fabbriche in Ghana, sorte dopo l’indipendenza per garantire la sovranità alimentare, spingere l’agricoltura e creare un mercato, sono di fatto morte e l’intera popolazione di un distretto agricolo che produceva pomodoro ora sta lì a ciondolare senza far nulla, oppure migra per lo più verso le città, o addirittura attraversa il deserto e poi il mare per ritrovarsi a raccogliere pomodori in Puglia.

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Stefano Liberti, giornalista e regista, ha scritto fra l’altro: “I signori del cibo - Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta” e “A sud di Lampedusa. Cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti”.