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Voto “cattolico”: chi l’ha visto?

Luigi Di Maio

In Italia per alcuni decenni il termine “cattolico”, se applicato alla politica, significava “democristiano”. Non contavano l’effettiva appartenenza religiosa e ancora di meno la fede personale. Tutti i democristiani erano automaticamente cattolici, mentre i militanti degli altri partiti evidentemente non erano cattolici. C’erano i comunisti, c’erano le forze cosiddette “laiche”. Anche quest’ultimo era termine assai curioso: identificava i partiti che non erano né cattolici, né comunisti, né post-fascisti. In questa categoria rientravano socialisti, repubblicani, liberali. Di tutto questo oggi non resta nulla.

Le elezioni del 4 marzo hanno sancito la chiusura di una fase, forse addirittura di un’epoca. Sicuramente il cosiddetto “voto cattolico” nell’accezione italica è scomparso. Di più: non solo è diventato ininfluente ma quasi avulso dai cambiamenti politici in atto. Certo, Luigi Di Maio può baciare l’ampolla del sangue di San Gennaro; ma ormai è folklore. Non è neppure un ammiccamento alla Chiesa. È un gesto popolare utile per essere fotografato. Niente di più. Il resto sono ricostruzioni giornalistiche, retroscena per riempire le pagine. A Di Maio non serve accreditarsi presso il mondo ecclesiale. Tanto i voti – ovviamente non quelli religiosi – li prende lo stesso.

Matteo Salvini

Salvini si è presentato con il rosario in mano per dimostrare la sua intenzione di difendere l’identità cattolica tradizionale. Il leader leghista non rispolvera quell’approccio nazionalista che pure aveva contagiato la Chiesa italiana nei primi decenni del ‘900 ma si ricollega all’ultra-destra polacca e ungherese – xenofoba, antisemita, antieuropea, antislamica, integralista. Tutti sanno quanto Salvini sia distante dalla cultura cattolica. La reazione al suo gesto è stata immediata: da Avvenire a Famiglia Cristiana, tutti all’unisono hanno stigmatizzato questa strumentalizzazione della religione. Rimbrotti inutili: Salvini va per la sua strada e vince.

Se c’è una destra cattolica (ferocemente ostile a papa Francesco, considerato illegittimo, usurpatore ed eretico) che può appoggiare la Lega, anch’essa è marginale. Salvini ha fatto una campagna contro l’idea di Chiesa dell’attuale pontefice. Andrea Riccardi, esponente cattolico di prim’ordine e già ministro del governo Letta, ha dichiarato senza mezzi termini a L’Espresso: “Se i cattolici hanno votato M5S e Lega, significa che la Chiesa ha perso”. E ancora: “Il messaggio di accoglienza di papa Francesco non è stato accolto”.

Forse però bisogna andare anche oltre. Agli elettori di destra Francesco dà fastidio. Molto fastidio. L’appartenenza cattolica non c’entra, è ancora una volta ininfluente a orientare le scelte politiche. Studi dimostrano che la frequenza o meno alle celebrazioni, l’attività o meno in parrocchia, non determinano l’orientamento elettorale. I cattolici praticanti si sono divisi grosso modo secondo le percentuali generali, con una leggerissima tendenza a votare PD. Ciò non conta. Sono stati altri gli elementi che hanno deciso le elezioni.

L’analisi del voto da parte delle testate cattoliche dimostra sconcerto, attesa, afasia generale. Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, ha parlato del catastrofico risultato della “mortificata tradizione del popolarismo cattolico”. A destra come a sinistra gli esponenti di questo mondo sono stati annichiliti. Il mondo cattolico può essere rappresentato in parlamento da Gianfranco Rotondi, segretario del partito “Rivoluzione cristiana”, rieletto in Forza Italia? Oppure dal prolifico Graziano Del Rio? O ancora dall’incredibile Pierferdinando Casini, che riesce a conquistare il collegio di Bologna con i voti del PD? Sono relitti, rottami, individualità.

In Trentino

Il Trentino non ha fatto eccezione. Qui da noi la diocesi ha seguito la linea di papa Francesco riguardo all’accoglienza dei migranti. Storicamente, poi, l’impostazione generale – almeno dal dopoguerra in poi – della Chiesa trentina è stata sociale, missionaria, sicuramente non integralista, con figure del calibro di Iginio Rogger. Alle elezioni tutto questo non ha contato.

Giulia Zanotelli

Un solo esempio: la coincidenza ha voluto che la giovane e sconosciuta parlamentare leghista, eletta alla Camera nel collegio di Trento battendo la “cattolica impegnata” Franzoia, sia originaria dello stesso paese del missionario comboniano Padre Alex. I due condividono soltanto il cognome. Padre Alex Zanotelli si è detto indignato perché nel suo comune natale, Livo in Val di Non, Giulia Zanotelli ha ottenuto più del 50% dei voti. Non solo i cittadini hanno premiato la loro compaesana, ma sicuramente con molta gioia hanno voluto mandare un segnale, magari inconsapevole, all’altro Zanotelli.

Mariachiara Franzoia

Lo scollamento tra le posizioni dei vertici ecclesiali e pure dell’associazionismo cattolico con le scelte concrete nella cabina elettorale non può essere più profondo. Dalle urne è emerso quasi un rigetto. Non bisogna però credere che vinca una posizione cattolica oltranzista di destra – pur presente e rappresentata da personaggi tipo Renzo Gubert. Vince ancora una volta l’indifferenza verso i pronunciamenti della Chiesa.

Davanti a questo scenario il mondo cattolico non riesce a darsi una risposta. Si continua come se niente fosse. Come se si parlasse ancora a un “popolo”. Ma il popolo non c’è più. Altri sono i suoi problemi.

Limitarsi però a questo sarebbe riduttivo. La Chiesa trentina è in crisi perché tutte le istituzioni sono in crisi, a cominciare dalla cooperazione, non a caso nata in ambito ecclesiale. Si dice che abbia perso i propri valori, ma le ragioni sono più strutturali. La componente cattolica aveva almeno in parte sostenuto il tentativo di modernizzazione del Trentino cominciato nel ‘68. In fondo Bruno Kessler, al di là dell’ambivalente giudizio politico che si può dare alla sua figura, è stato un riformatore, sostenuto dall’intelligenza cattolica più aperta. In un certo modo il Trentino si apriva alla modernità. Poi ha galleggiato. Esattamente come è avvenuto in Italia, questa cultura politica ha perso vitalità e visione di futuro. Spesse volte sono rimasti soltanto gli interessi economici. Il mantenimento delle posizioni di potere, al di là delle belle promesse di rinnovamento. Resta forse la gestione del patrimonio. Tutto questo è avvilente per chiunque.

Sicuramente al fondo di tutto sta la diminuzione della pratica religiosa. La Chiesa, intesa nel senso più generale e ampio del termine, non ha più la massa critica necessaria per selezionare il clero e per trovare al suo interno intellettuali e pure una classe dirigente da offrire alla politica. Ricominciare dalla formazione, come si dice spesso in giro, è un palliativo. Se un’epoca è finita davvero, occorre cambiare il paradigma. Superare per davvero quella categoria di “cattolico” in politica che ormai non vuol dire quasi più nulla. Ciò non significa condannare i credenti alla marginalità. Anzi, l’approccio degli ultimi anni li ha resi già marginali. La via alternativa è quella di superare in maniera definitiva la sovrapposizione tra Chiesa e Stato, per cui l’autorità ecclesiale si giustapponeva a quella pubblica. Il regime di cristianità è finito. Qui però entriamo in un territorio che non compete ad un’analisi politica.